Francesca Pellegrino

Esmeralda Scalza sul carro del sole

Tutto il mondo intorno a te

Può darsi che non serva
rincasare prima per eccesso di zelo

controllare che non manchi nulla
negli stipi
che i notes sul frigo
non se li sia portati via, il vento.
La segreteria, la mail
la cassetta delle lettere
e sincerarsi che sia ancora integra
la figura nello specchio.

Pur di sentirsi un pezzo
anche inutile - di qualche cosa
Come a casa.

Può darsi che non serva, ma
non credo che uscirò questa sera.

Hiroshima

La mia fica
è una ferita sempre aperta
che puntualmente caccia
sangue - inutilmente sangue
e che mai
non cicatrizza mai.
La stesso lavoro
che fa la boccamia
con il vuoto
e la ruggine del silenzio
da curare.
Il resto sono solo schegge
d'implosione.

Tutto il mondo di Bruna

Bruna chiudeva le tapparelle
quella volta
ed il sole si faceva piccolo
dentro casa. Risolveva
inventandosi la primavera
sulla ceramica.
E puntualmente
erano fiori. E figli.
E amore.

Vetri

In origine eravamo il vetro
dello stesso bicchiere
quello vuoto
messo su un lato del tavolo
in mezzo alle cose inutili
che ci allontanano.
Persino le briciole
le ho viste prendere la fuga
approfittando di un vento
capitato per caso
nei consigli per gli acquisti.
Non sono più tornate.

E' caduto anche il bicchiere.

Io ho tentato la stessa cosa
ero in una stazione, nel mondo
straniera degli altri
e con la religione del silenzio
nel cuore.
Essere altrove era come restare
e sono tornata
ho spento la tivvù
sistemate le cose sul tavolo
e versate due lacrime
in un bicchiere
casomai la sete, la notte.

Guardiole

Quasi che si raschia la gola
tutti quei pensieri
e il posacenere da svuotare
poi,
ad ogni cambio d'ombra
per il freddo

Contemplo
un solo silenzio alla volta
sentinella delle cose
perse
fino a sognare
l'abitudine al sonno
persino.

Dimentico sempre di dare l'acqua ai sogni - presentazione libreria Ubik (Napoli)

Cop4Presentazione del mio libro
Dimentico sempre
di dare l'acqua ai sogni

venerdì 19 giugno 2009 - ore 18.00

c/o LIBRERIA UBIK NAPOLI
via benedetto croce, 28  - Napoli

per informazioni
Telefono: 0814203308
E-mail:
virginia.rossi@ubiklibri.it 

Prima vera è una parola scomposta

So fare almeno mille cose
contemporaneamente
mille cose.
So la differenza che passa
tra un muro che sostiene
ed un altro che nasconde.

Preparare il sugo con la carne
curare le ferite di mio figlio con due baci
ed avvitare le ore con la testa a croce
su ogni tipo di ripiano.

E riconoscere anche l'esatto istante
quando arriva, il digiuno
a riempirmi la bocca di mosche morte
dopo l'ultima primavera incolta.

biotronic

Devo metterli in fila
i gialli coi gialli. Poi
i rossi e i verdi ancora.
La noia ha un coltello senza il manico
le ore seminano mine sui campi di grano
e nasceranno figli col vizio degli indici
da sparare.
Ho mille modi per dirti che muoio
ma ingoio  silenzi e farfalle
con la coda di un occhio.
Game Over

Quinconce

Quando si spengono le luci
le ombre cadono
          a peso morto
sulla sera.
Rassomigliano alle pietre
sulle pietre
       sulle pietre
di certi muri a secco
rassegnate a morire
tutto il giorno
di solitudine e rabbia.

Parti

Mi risulta difficile
assai difficile
capire dove finisce il mio vuoto
ed inizia il suo.
Stiamo dentro lo stesso vetro
acqua dentro l'acqua
quando non smette mai
di annegare - allagando gli occhi.
Quando le lacrime fanno i figli.

Tutto incluso

Mi lascio vivere
dalla prima me che si sveglia.
La prima difficoltà
è ricordare chi fossi ieri
e cosa ha combinato, l'altra.
La seconda è sapere
che - probabilmente -
quella di oggi
può fare pure peggio.

VIDEOPOESIA - Caffé corretto al vinavil

VIDEOPOESIA
Caffè corretto al Vinavil
Scritta e interpretata da Francesca Pellegrino 
Music Animation: Pasquale D'Amico in arte kleshamusic dotcom

http://www.youtube.com/watch?v=uWtoRMoAAgM

Credetemi che fanno un macello del diavolo, gli anni

Qualcuno si nasconde dietro i vetri
e chiude gli occhi.
Come se non bastasse
abbassa la testa davanti agli specchi
e passa dritto
inventandosi la fretta di consumare l'aria
prima che scada.
Qualcuno, lo fa.
Poi, un giorno
che non se lo aspetta nessuno
altri aprono le tende
e con le mani
girano i volti davanti allo specchio
e gridono di guardarlo dentro, il vuoto
negli occhi aperti.
E qualcuno li vede tutti in fila indiana
di lato alla coda di un occhio
con una mannaia pronta.
                        A chiedere il conto.

Rum & Gain

Facciamoci grandi
coi piedi piantati dentro le graste
sospesi sul bordo di un cornicione:
                  a destra la Tour eiffel
e a sinistra
un cuore addomesticato
masticando foglie di allora
fingiamo un'altra faccia
e giriamoci al sole
sulle ore di sabbia
fino a che non si secca
la gola - saliva e amido di rabbia.
Un sorso di rum, a-gain
mi è appena caduta una mano
e non è neanche arrivato
l'autunno.

A senza

Niente sotto i piedi mi sostiene.
Niente.
Avverto solo il rumore infranto di un respiro
arrotato - dal ventre - dal basso -  dal vetro.
Avverto.
Il mare dagli occhi esce senz'acqua. Sale.
Sale, allagando l'ultimo scoglio della frontiera.
Al sole.

Giuseppe Panella recensisce "Dimentico sempre di dare l'acqua ai sogni"

La ruggine e la polvere dei sentimenti del passato. Francesca Pellegrino, Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, con una Prefazione di Raimondo Venturiello e Una nota di lettura di Alfredo De Palchi, Patti (ME), Casa editrice Kimerick, 2009)

 

Albedo De Palchi è certamente un poeta non facile agli entusiasmi e alle parole di lode nei confronti degli autori a lui contemporanei – eppure ha voluto preporre al breve mannello di liriche di Francesca Pellegrino una breve nota di lettura in cui ne considera essenziale la freschezza e l’originalità, la capacità visionaria e la semplicità espressiva.

 

«Mi capita spesso di ricevere una raccolta di “poesie” in cui ritrovo l’abituale andazzo della mediocrità o peggio. Probabilmente una volta all’anno mi succede di leggere qualcosa di migliore in cui mi accorgo che l’autore non ha usato la fretta. E ogni dieci anni un autore sconosciuto brilla con un’opera che cattura subito la mia attenzione, che alle prime prove è di dare acqua alla siccità del mondo della poesia. Argomento di sempre del sottoscritto – difficile d’accontentare come lettore e autore – sulla situazione che l’esercito di parolieri presenta» (p. 11).

 

Ma che cosa contiene, allora, di così prezioso questo piccolo libro di poesie di dis-amore e di auto-interrogazione di Francesca Pellegrino, un testo che scorre apparentemente semplice e liscio come l’acqua che si usa per annaffiare i fiori sul proprio balcone di casa?

La prospettiva poetica che lo sostiene nasce dalla quieta disperazione quotidiana legata all’abbandono del futuro come necessaria dimensione vitale. La modalità di funzionamento espressivo della sua radicalità è legata all’emergenza di una scrittura che privilegia determinati segmenti di forme linguistiche, se non di termini ricorrenti ossessivamente. Le parole polvere, ruggine, mosche, zanzare, gli aggettivi sporco e vecchio ne sono la spia, forse solo la punta dell’ iceberg. Tutto un mondo fatiscente e derelitto si affaccia alla ribalta della descrizione dei sentimenti provati, delle angosce vissute, delle passioni soffocate. Come qui, ad esempio:

 

«Broken. Ci sono pezzi sparsi per tutta la stanza. / Alla cieca. / Pezzi inutilizzati / rotti di ruggine e polvere / che vado per risistemare /  alla buona ma – non combaciano più – / si sono come riempiti di umido e rabbia / imbottiti di aria da traboccarne dal cuore. / Muta. / O anche sbriciolati e persi dall’usura stanca /  di questi anni di  pietra. / Tanto che adesso – adesso – / non se ne fa neanche una cosa storta. / Non se ne fa più nulla» (p. 26).

 

Le rovine della soggettività e dei sentimenti, i frantumi e i frammenti di una vita riempiono la stanza-mondo. I pezzi in cui si è infranta la vita precedente non combaciano più. Tutto quello che c’era prima e che ora si è fracassato e arrugginito in maniera irreversibile giace nella realtà esterna senza mostrare la possibilità di un recupero adeguato. L’unico modo per provarsi a guarire il male del mondo e per tentare di rimettere insieme i cocci del cuore insensato e delle memorie dilacerate di un passato neppure tanto remoto è quello di mettere in fila i ricordi del passato mescolandoli ai sentimenti che si provano nel presente. Questo processo di ricostruzione di ciò che appare irrimediabilmente broken è il procedimento stesso con cui la poesia di Francesca Pellegrino viene scritta e rielaborata. Rimettere insieme ciò che sembra non poter più essere ricomposto è l’obiettivo della sua pratica di scrittura. Ciò che si è “fracassato” nel mondo reale ritornerà (forse) intero in quello della virtualità lirica e della riconciliazione con esso attraverso l’evocazione verbale e lirica.

 

«Avvitata. Certo che non appanno più vetri / sto come un buco al suo chiodo / avvitata ruggine di niente / intorno al niente: / Ma rossa / che neanche il sangue» (p. 21).

 

Nonostante la ruggine e l’apparente negazione della vita che ne consegue (nella cessazione del respiro vivente che appanna i vetri), il rosso sangue del ritorno dell’esistenza che si ripete ancora nei suoi riti sono segno di una speranza che non è ancora morta e che la poesia raffigura nella sua vocazione alla sopravvivenza nella scrittura.

 

Giuseppe Panella

Una sensazione come di assorbimento

Ho dimenticato aperta la porta di casa
e lo so bene, io
che foglie secche sono le prime ad entrare.
Si fanno la loro cuccia negli angoli
e si lasciano sbattere puttane dal vento
vorticando ogni centimetro del pavimento.
Per poi morire frantumata polvere da ramazzare
nei giorni dispari
prima che faccia buio dentro la stanza accesa.

La mia gatta, preferisce Whiskas

C'è un conflitto di interessi
tra me e la mia gatta.

Lei sempre un calore di fusa
per la testa
sfregandosi il pelo
sulla lingua
e finire di schiena, sopra un fianco
o a quattro zampe.

Io invece a guardare
la neve cadere
dentro una palla di vetro
sperando che sogni
che i sogni non prendano freddo.

Simsalabim

So fare cose da prestigiatore
con le lacrime dentro il cappello

soffio dentro
un po' del mio scirocco
e puf
si vedono volare via
le falene.
E non è facile poi
vedere tutti quanti applaudire.

Il mio libro ospite di "La dimora del tempo sospeso"

Ospite di
"La dimora del tempo sospeso"

A tutti quelli che vorranno visitare il link, il mio grazie.

Capi delicati

Faccio il gioco
delle mosche cieche
intorno cuore.
Ho una sete che dimentica
di svuotare il bicchiere
e precipito 
         d'amore
              fragile
                   autunno
dispari
come il calzino che torna solo
dal bucato.

Sopra la panca, la carta canta. Sotto la panca, la carta pesta

Per dovere di sintesi
chiamerò amore
il sogno che scolora vivo e inutile
dentro, nella lavatrice.

Due favole a prelavaggio
in acqua calda
novanta gradi di candele in fumo
e Scolorina capelli di buio
dimentica ancora.

C'era una volta un ragno [...]

Le ragnetele stanno sui muri
come la notte su di me
bianca di luna bianca
e solo quella.
Poi, sarà mattina
sugli orologi
mi pettinerò i capelli
e sarà come non averne mai
perso nessuno.
Ma li avrà presi tutti il ragno
che poi è andato, sparito
partito.
O forse morto, soltanto.

Dunque le api [...]

Certi fiori stanno sul lato che dormono
come se niente fosse.
Chiudono gli occhi o anche sbadigliano
per tutto il resto del tempo.
Fastidioso.
Non riconosco la forma
che fa la mia ombra sul muro.
Mi metto a tre quarti faccio facce strane
ma lei resta tale e quale a prima.
Neanche parla le mie labbra.
Distinguo soltanto un puntino che si muove
nerissimo
e cerca il sangue di me.
Impassibile.
La mimetica di certi sorrisi è sorprendente
come soldati tornati a casa
e ancora la guerra negli occhi.
Urgente.
Avrei voluto dire di quando ho
costruito la casa nuova al mio bucato
ma non ce n'è stato modo.
Svuoto il cesto della biancheria
che è meglio
intanto mi porto avanti un po' di lavoro
stringo in una mano un panno  
e lo passo sopra i mobili.
Non mi si venga a dire che non sono efficiente.
Non mi si venga a dire.
Si è fatto tardi
ho un sacco di cose da dimenticare
e da girare il sugo sul fuoco.
Invece domani, anche.
Facciamo che io sono il fiore
e tu spari.

Un due tre Liberitutti

Il cuore prende tempo
avanti e indietro sulle dita
intanto che si fa la ruggine
sulle labbra. Il cuore
non la smette di annegare
                        gli occhi
se li chiudo
non mi vede più nessuno.

Il segreto l'ho messo per bene
dentro le pieghe del tappeto
al centro della stanza.

E scompaio di paure tra le nuvole.

Orsù, orsù, dai un bacio a chi vuoi tu

Certe volte
mi perdo il cuore in mezzo al resto
e tutte le paure mi si ficcano
fin dentro nella bocca.
                             [le farfalle dentro i fiori
                             giocano a nascondino 
                             con il sole]
E gli avanzi sul tavolo
non ho il coraggio di darli via
li raccolgo con un dito
e una colla di saliva sopra.
                               [avevo una farfalla sotto vetro
                               che era una cosa tristissima]
E succede che ci resto appiccicata
per notti intere.
Come per i sogni, la coda delle stelle. 
                              [e le farfalle da contare]

LibrAria - Rivista di arte e letteratura contemporanea

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