quando Tina perse il figlio
Tina che l’ultima guerra
la fece coi sassi
contro Dio
per il Giacinto appassito
del suo giardino.
E neanche era inverno.
Silvia non lo sapeva
E queste sono le cose che
sono e non me ne accorgo
un quaderno aperto e
pagine bianche bruciano
gli occhi come il sole
sui terrazzi e
deve pur esserci una qualche
finestra in questi dove.
E allora è mattina
metto una maglia rossa
col collo bello
un giro di phard che non guasta.
D'altra parte mi prendo
in giro anche peggio
Mi sveglio. Mi lavo. Mi vesto.
E provo a starmi buona sulle gambe
forbici che apro
un passo
e poi un altro ancora e
il più delle volte
mi ci taglio in mezzo e
cazzo se si è fatto tardi.
Anche oggi. Le luci
sono già tutte via.
Tutte via. Mi appunto un parola
sulle labbra e mi dimentico
di morire un'altra volta.
Ce n'è da dire
quattro facce ubriache mantengono ferma
la luce ad un lampione.
Me ne sto ferma isterica io
ed i miei due mazzi di carte.
Tutti a fiori e silenzi.
Scommetto che nessuno rilancerà la mano
che poi la mano fissa
è quella che mi lascia
un filo d'ombra
e l'iride libera appena aperta
per roteare.
Me ne sto lunatica
peccato solo
per questa mezza lacrima
bagnata che se ne piange da sola
il destino dei poveri
due soldi bucati in canna
e uno sparo da partenza in prima linea.
Che neanche nessuno è il vincitore.
Poi - capirai -
non gliene frega niente
neanche a quella cicala stanca
appollaiata in mezzo al prato
che impazzisce nei
silenzi della controra.
Mentre
un ciclo da pazzi
mi ricorda il buio da estinguere
falena che annaspa brividi
e sangue.
Ce ne sarebbe da fare
senza.
Ho messo la cravatta
mica per niente
è che non voglio più il coraggio delle lacrime.
E mi faccio figlio
che le madri ne sanno sempre troppo.
E le donne pure.
Butto le carte per terra e
non stiro più le camicie.
Neanche le lavo.
Che poi le donne non lo sanno neanche loro
quello che vogliono
comprano vestiti nuovi e perle e
vanno sempre a farsi i capelli belli
per i maschi. Ma neanche
se ne accorgono se la faccia è la stessa
Stramaledettissimamente perse
dentro il vizio della polvere. Negli occhi.
E il misero destino dell’acqua da asciugare
piangendo l’amore delle bambole
per tutta la vita.
Che poi se ne vanno a partorire
chi ne bugiarderà un’altra
neanche fosse la guerra dei pazzi.
Ma oggi ho messo la cravatta
e mi sento proprio bene
senza tutto quel vetro intorno.
E il cuore dentro.
La coordinatrice della collana promozionale "Donne in poesia" Elisa Davoglio, ha selezionato la mia raccolta "l'Enunciato" e "l'arte del bersaglio" di Lujba Merlina Bortolani.
Le due plaquette promozionali di 16 pagine l'una in formato A6, edite dalla Libraria Padovana Editrice in collaborazione con la Chelsea Editions di New York, verranno inviate a critici, riviste ed editori.
La presentazione verrà effettuata presumibilmente verso la metà del prossimo mese di giugno a Roma.
Tengo aquiloni in ostaggio
giù nella mia cantina.Almeno
fintanto che avrò
denaro sufficiente a pagarmi
il riscatto.
Ogni tanto scendo
e lascio un sorso di vento
vicino alle loro catene.
E vado via
solo quando hanno smesso la sete
Con la coscienza pulita.
La fuga da qui
è un viaggio che ha inizio
e fine
dentro il mio letto
con me che dormo impasticcata
di noia
ed un bamboloccio con un occhio
cavato
che mi guarda fisso
fisso.
Senza dire una sola parola.
E allora capita che la sera
mi cadano a precipizio
le ore
con una SenzaNaso
che se la ride sotto
i baffi
a precipizio
che neanche più ci provo a
fermare l'urlo che ho dentro.
E mi trema il sangue
dentro la voce
in sordina
insieme alle lacrime ingoiate
di ieri
che hanno fatto i figli
intanto
e preparano il pranzo
della domenica.
Col vestito nuovo addosso.
Lacrima di riso in salsa jazz - di Stefano Turi
coriandoli d'erba e un percorso
impreciso verso il quale scagliarsi:
destino di nuvola ai tuoi piedi
piove
forse fuori
piove il cielo si capovolge in assenza
di gravità e questa notte
avrà comodini non abbastanza
sicuri a sorreggere
palpitazioni
ma non è tempo -ancora
come vedi
non c'è spazio tra le matite
colorate dimettono sogni
in avanzo
di pasto dall'infanzia
e ricordo ben poco
delle fotografie o degli arcobaleni promettendoci
..quante speranze affusolate in una
stretta di mano
in un bacio
un addio -ecco
sto parlando di te
nebbia che bevi pensieri
che hai trascinandoci collo spezzato il mento
già prenotato tra i palmi -ad ogni modo
ciascuno nel proprio maglione
di freddo e l'inverno l'inverno
a scucire
cicatrici di sole e indolenza
per i calendari
..non avessimo regole
da rispettare..
tra le foglie
blaterate dal vento
ti sorrido con gli occhi
l'ovvietà di un arrivo.
C’è da risistemare
l’ennesima gamba di una sedia
la seconda a destra appena entri in cucina.
Non funziona più bene
anche quella si è rotta.
L’ho capito quando mi ci sono seduta
e a momenti cadevo
sui vetri. Per terra. E ho gridato
con tutta la bocca che avevo.
Era paura. Ma anche la bocca
era una bocca che non funzionava
perché per quanto gridassi
non mi ascoltava nessuno.
E adesso dovrò riparare anche quella.
Adopererò la colla in vinile che ho nello stipo
sempre in cucina, appena un dito sopra i vetri.
La stenderò col mestiere della solitudine
lascerò asciugare ed asciugare
e poi giocherò con le labbra come facevo
una volta, con la colla sulle mani.
E riderò a crepapelle.
Il fatto è
che mi si è incagliato l'inverno tra i capelli
ed ho bisogno di silenzio
per togliere via tutti i nodi in testa.
Tanto che intorno a me
ogni cosa è diventata un punto:
il vaso con quei fiori secchi
e dentro acqua vecchia di un secolo
E le tende
Ed anche le penne in giro per casa
Ed i fogli bianchi
Ed ogni sedia dove staziono
le fughe di domani - che per adesso non se ne parla -
E poi, anche tutti i presenti
quelli che mi stanno ad un passo
e a volte mi sfiorano, annusandomi.
Quelli che sento blaterare l'inutile
e che poi, smettono. O forse
sono solo io che mi assento. Silenziando.
Questo è ancora un segreto.
La porta che mi sta alle spalle
è una porta inutile
aperta ed inutile.
Lo so, perché il cuoio dei tuoi passi
è come il silenzio
un’assenza che suda i contorni
e poi resta.
Come a dire che se mi voltassi adesso
tu non ci saresti.
E il delitto vero
sarebbe omettere l’esistenza senza vita
di questo cappotto sul letto.
Una volta
ci stavo perfetta, dentro.
Sembravo la donna più bella del mondo.
Ora, non lo riconosco più
maculato – ansia e sudore – insieme.
E poi
quel buco inaspettato sul petto
che forse fu una parola di troppo
l'ultima prima dell'addio
o tutte quelle chiacchere prima
- lo sai che ti amo, lo sai? -
Oppure soltanto uno sparo.
Solo uno sparo.
E adesso
davvero non so che farmene
di un cappotto bucato.
Anche una toppa sopra
sarebbe inutile.
Anche una toppa.
Ho fatto l’inventario del mio cassetto
e sotto la polvere ho trovato
la cera sciolta di un vecchio paio d’ali
- le indossavo che avevo
le ginocchia sempre sbucciate e
le trecce sfatte. Di sudore -
un lego che non trovavo più
e la foglia fermapagina di un girasole
Quella si ricorda di ogni santo giorno.
Perso.
In un angolo
nascosta che quasi non si vedeva
c’era una porta
chiusa
che forse era la mia casa.
Solo che la chiave non c’era.
E poi fogli
che avevano il colore vuoto delle mie mani
e tutti i miei anni in un gomitolo
di spago sfilacciato - un rosario di nodi -
con in bocca
un pettine coi denti rotti.
Ma neanche quelli
c’erano.
La mia vicina vede tutti i miei panni stesi
quindi sa tutto di me.
E vede che ho mollette fradice
appena appese
e fili che non tengono più (nessuno)
con una guaina attorno tutta scorticata
e sudicia.
Per questo, spesso e volentieri,
le mie cose cadono
ed eventualmente, io
farei anche a meno di recuperarle
tanto non sono mai state mie
per davvero.
E vede anche
che a volte il bucato lo scordo
giorni e giorni d’aria e polvere
camicie tutte mitragliate di fango
che qui piove spesso e male e
neanche si respira, quasi
neanche più si parla.
E se mi incontra sul pianerottolo
prima mi guarda strano
e poi mi consiglia di leggere attentamente
le avvertenze. A buon rendere.
Alla fine
si gioca a soldatini tutta la vita.
Ne ho uno con l’elmetto in testa un po’ inclinato
sembra quasi che la guerra la voglia disertare
e se cammina
lo fa con le gambe di legno sul campo minato.
L’altro è uno
che il fucile ce l’ha sempre puntato. Contro.
Mi guarda fisso il cuore con l’occhio chiuso
anche se
gli trema la voce quando è solo
e neanche respira
per paura dei miei indici armati.
Anima e Piombo.
Alla fine
anche i soldatini se ne vanno a dormire
e lo fanno aspettando una notte
che arrivi con le mani a spegnere le luci.
Che forse domani è. L’ultima Guerra.
E' la stessa storia di sempre
e non se ne esce.
Ne ho quasi vergogna
come parlare che a volte
è un vizio inutile.
Per questo mi rattristano
non poco
queste mani composte sul tavolo
una candela tutta consumata
e al centro
due olive nere nel piatto.
Le stesse di ieri, solo più magre
una per te ed una per me.
E poi silenzi
per mangiarne una settimana intera.
E mi dispiace moltissimo
saperci imbalsamati
sulle nostre grucce regolabili
digiunandoci parole.
Sembriamo due cappotti smessi
da qualcuno più grande di noi.
Ed io l'ho capito
che il mio non mi sta mica bene
sfiorisce male sulle ginocchia
facendomi più alta
di come poi non sono.
Mai stata.

l'omino incensurato non aveva gambe
non aveva occhi. senza naso.
batteva cassa ogni mese
un bastone, per l'amor di Dio,
per terra, tre volte
trecentoeuro di interessi
e conviene pagare sull'unghia pittata
rossa e notti bianche sul cuscino
pregando. ma non voleva finire.
di tagliare freddo, il vento
ci supera sempre di mezzo metro
e si volta ridendo. una iena che dorme
sul fianco destro non la smette di urlare.
non la smette.
allora, una madre.
una che non si arrende ma non parla.
un marito di la' che aspetta nuvole
da cadere e novantesimo minuto. tutti zitti.
e cantava ninnananne come meglio poteva
lei, passi rotti e cicche da mendicare
dove i papà attendono cicogne e
la fame, da nascondere nei pugni.
una porta rotta
un altro buco da nascondere
dietro persiane abbassate
un esercito di figli
che la guerra non la smette di sfinire.
non la smette.
ed erano giardini di sete
una figlia che correva freddo di biciclette
gambette corte e un sogno di trecce
nei viali di sabbia che risaliva.
ed intanto qualcosa che cambia
la fa donna, nelle dita mangiate di sempre
sempre la stessa fame da disperare
troppo corte le dita per tirare funi
e sbagliare il tiro. ogni volta
piccole storie di una vita
una voce che non è la prima volta
che sputa. e neanche l'ultima
- non ho più un soldo bucato -
e la sete non la smette di appassire
non la smette.
Poi
hanno smesso di sparare tutti i cannoni
e sui balconi delle case
le bandiere sembrano coriandoli bianchi.
I vetri però
sono ancora sporchi di pioggia.
Anzi, se guardi bene
tutte le cose sembrano sporche.
Anche le rose che ho appena gettato via
avevano i petali lividi e la gola secca.
E’ finita la guerra
che quasi non se n’è accorto nessuno.
Neanche quella donna
che se ne sta tutta infeltrita
a ricamare nodi di noia.
Con le dita.

Ho venduto l’oro
che strangolava l’anulare
Al banco dei pegni
l’omino cercava col lanternino
dove fosse la fede
gli ho detto
che andavo a cercarla
in stazione
tra pali battuti di ferro
e righe di rotaie da sniffare
ma l’orologio
(si, di quelli impiccati al soffitto)
segnava l’ora fratto zero
come il freddo del mio cappotto
nero pellicola
e del treno
ho fatto in tempo a vedere
il culo rotto
di una vergine
sull’altare d’altri tempi
e
credetemi se vi dico che ridevo.
ha perso il treno.
da ----> Polaroid 17 - eBook.pdf
brano "Cancion Triste" - New Flamenco
Ci sono posti
dove le parole non amano stare.
Non di meno amano sostare
gli angoli insonni delle labbra
Ed i silenzi
li abita un fantasma tutto vestito di bianco
con la faccia bianca
e gli occhi bianchi.
E poi anche il cuore
tutto bianco.
Che poi, a me,
prende una paura che trema nei denti
a spergiurare un mattino che arrivi subito e
mi faccia luce dove non so più le mani.
Ecco, in quei posti
le parole precipitano giù da sole
senza paracadute
Ed io le ascolto. Tutte.
E mi dicono di tutte le cose che non sono mai stata
delle cose che non ho mai avuto
E mi dicono anche
chi ho paura di diventare dentro tutto questo silenzio
che mi fa toccare gli occhi dentro gli occhi.
Sempre i miei.
Come se non sapessi nulla della sete
che mi sveglia ogni notte
e dormissi il sonno di qualcun altro.
Chissà dove.
di quando ci sono e
un vetrino di pioggia
è una luna che abbaia puttana e
non morde e sono le quattro
a quattro zampe
in petto all'ultima delle montagne
in culo alla notte e
non c'è niente oltre
una tenda calata per caso
velluti neri e
un sipario di passi
da nascondere bene di quando
ci vorrei stare
chilometri di sabbia tutti in fila e
ad attendermi neanche una mezzastella
di caviglie rotte che cada
si tiene per un dito solo
ma non cade - bastarda - e
il tempo che perdo è
una striscia bianca in testa e
vado di ammoniaca e colori
ma niente poi torna e
non cade mai quella di quando non sono e
gli occhi sono piastrelle bucate e
boiacca che cola fiumando bianca e
torno a sotterrare l'osso in cucina
tanto non si apparecchia neanche stasera e
di quando vorrei ma non posso lasciarmi
domeniche dietro e
i giorni non tornano mica per niente
per niente più niente di quando
non so più neanche il mio nome
e mi vado cercando
negli angoli inculati di buio
di quando potrei ma non posso
più vivere